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Riaperto il caso Dardanelli: ” Non può essere suicidio”

Riaperto il caso Dardanelli: ” Non può essere suicidio”. Non voglio un colpevole, voglio la verità. Non auguro a nessuno di perdere un figlio in questo modo tragico non è più vivere, si sopravvive”. Maria Angela Placanica e suo marito sono due genitori distrutti.

La loro vita si è fermata il 22 luglio 2016, quando il figlio Fausto non è più tornato a casa perché trovato morto a Bagaladi, in Calabria, dentro la sua auto.

Le parole della Madre

“La nostra famiglia è distrutta, non auguro a nessuno di perdere un figlio in questo modo tragico. Non è più vivere, si sopravvive. La notte non riusciamo a dormire, sono passati quattro anni, ma per noi è doloroso come il primo giorno.”

“Un figlio è un figlio e non si può sostituire”

Il caso da subito era archiviato come suicidio, una versione a cui i genitori non hanno mai creduto. “Non sono convinta che si tratti di suicidio, Fausto amava la vita, ci dava gioia, aveva tantissimi amici, ci riempiva la casa.”

“Quel giorno avevamo parlato al telefono e nella sua voce non c’era nessuna tensione o elemento che mi potesse allarmare, altrimenti sarei corsa subito, avrei fatto di tutto”.

La stanza di Fausto è rimasta intatta, come se il tempo si fosse fermato.

“Sin da piccolo voleva fare il carabiniere, quindi dopo il diploma, ha scelto la carriera militare, noi eravamo contentissimi”, racconta ancora mamma Maria Angela. I vestiti sono nell’armadio.

“Ogni tanto lo apro e sento ancora il suo odore”. Ci sono le collezioni, il suo cappello, il suo letto. E Maria Angela era seduta proprio su quel letto, il 22 luglio.

“L’avevo chiamato, ma non mi rispondeva, doveva andare a pesca con suo madre, ma non arrivava. A un certo punto ho visto arrivare tantissimi carabinieri. Ma mai avrei immaginato, una cosa del genere. Poi è arrivata la doccia fredda: Fausto non c’è più”.

Da quel momento, per i genitori del carabiniere è iniziato un lento calvario fatto di molte ombre. L’autopsia non è fatta subito, né l’esame della polvere da sparo sulle mani, né è stato ricercato il DNA nell’auto.

Ci sono poi tutta una serie di elementi che aprono scenari diversi

Fausto Dardanelli aveva la cintura di sicurezza allacciata, il motore ancora acceso, la musica ad alto volume e l’aria condizionata in funzione.

“La macchina era preparata perfetta, come se stesse venendo a casa. Poi sono stati sparati due colpi, mi sembra una cosa un po’ esagerata. Aveva l’IPhone nella tasca del pantalone dell’Arma dove lui non l’avrebbe mai messo”

“Le chiavi di casa messe lì vicino al freno pulite, ma il portachiavi è di stoffa. Poi c’era il braccio sinistro insanguinato e volevano giustificarlo col fatto che fosse mancino, ma mio figlio non lo era”.

Secondo gli inquirenti il movente del suicidio era una relazione finita. Quella mattina il carabiniere aveva saputo che la ex ragazza aveva una nuova storia. Ma Fausto continuava ad essere legato alla famiglia della donna per motivi economici, aveva fatto un prestito al padre di lei.

“Erano più di 20mila euro, non era una fidanzamento ma una truffa e lei lo pressava sempre. Ma comunque Fausto aveva già superato la delusione, si stava facendo un’altra vita. Era proiettato verso nuovi obiettivi.”

“Voleva trasferirsi nella squadra antiterrorismo, voleva cambiare la macchina, aveva detto che finalmente doveva pensare per sé”, spiega ancora Maria Angela Placanica. Tutti pensieri che sono lontani dal voler ipotizzare un suicidio.

Adesso dopo una seconda richiesta di archiviazione, il caso è riaperto

“Speriamo che si arrivi a una verità e una giustizia, perché io non voglio colpevoli per forza, né punto il dito contro qualcuno, devo capire come è morto un ragazzo di 34 anni. Perché era mio figlio. Ma io credo ancora nella giustizia e voglio la verità: Fausto non sarebbe mai morto solo e abbandonato”. Fonte Fanpage

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