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I ragazzi della Dad: «No al rientro in classe il 7 gennaio»

I ragazzi della Dad: «No al rientro in classe il 7 gennaio». Sono chiusi in casa e si sentono prigionieri della didattica a distanza. Se potessero tornerebbero in classe il 7 gennaio ma «a queste condizioni – dicono – è meglio di no».

Sugli altri, pesa soprattutto il problema trasporti. Il Sole 24 Ore ha raccolto la voce degli studenti della quinta D del liceo linguistico presso l’Istituto Raffaello di Urbino.

Sono chiusi in casa e si sentono prigionieri della Dad, la didattica a distanza. A quell’età è difficile rinunciare alla socialità, al gruppo, alla fisicità. Se potessero tornerebbero in classe subito, ma a pensarci bene è meglio di no.

«A queste condizioni – dicono – tra i banchi non ci vogliamo stare». A parlare a nome di tutti i suoi compagni – che annuiscono – è una diciottenne, Ginevra, che frequenta l’ultimo anno del liceo linguistico all’Istituto Raffaello di Urbino.

È appena finita un’ora di lezione di francese a distanza, l’ultima della giornata, e i ragazzi della quinta D sono comunque rimasti incollati al computer per raccontare al Sole 24 Ore la loro esperienza, le loro paure e le loro speranze al tempo del Covid-19.

Nessuno, pur potendolo fare, si è scollegato. Dopo quelle di politici, governatori, prefetti, sindaci, presidi e insegnanti, anche gli studenti hanno voglia di far sentire la loro voce.

A queste condizioni niente scuola

Sull’ipotesi di tornare alla didattica in presenza dal 7 gennaio, prevista almeno per il 75% degli studenti dal Dpcm del 3 dicembre scorso, l’intera classe non ha dubbi.

«Sarebbe bello – sostengono all’unanimità – se a partire dai trasporti fossero garantite condizioni di sicurezza e se la vita a scuola, nelle ore di lezione così come nelle pause e nelle attività fisiche, tornasse almeno ad assomigliare a quella di prima. Ma non è così, e noi non ci facciamo illusioni». L’esperienza di settembre-ottobre insegna.

Per ora meglio la Dad

Alla riapertura delle superiori dal 7 gennaio punta Lucia Azzolina, ministro dell’Istruzione. Ma i dubbi sono tanti, e vanno dai trasporti agli orari differenziati, dai tamponi ai test rapidi.

A fine anno si farà il punto sull’andamento dei contagi per capire se quella data potrà essere confermata. Nel frattempo sono aperti tavoli con i prefetti per organizzare i piani di intervento.

Il problema trasporti è particolarmente sentito anche nel liceo urbinate, frequentato com’è da tanti studenti che abitano in paesini a volte non proprio vicini alla città Ducale.

«Per la riapertura della scuola non basta fissare una data, bisogna che ci siano tutte le condizioni di sicurezza. Ma questo purtroppo non accade». Giulia, compagna di classe di Ginevra, parla per esperienza diretta.

Lei vive nell’alta valle del Metauro, a San Sisto, frazione di Belforte, al confine tra Marche e Toscana. Per raggiungere Urbino deve prendere la corriera e ben che vada il viaggio, se non ci sono intoppi, dura almeno un’ora.

«Durante il percorso – racconta Giulia – la corriera si ferma nelle varie frazioni per imbarcare altri studenti e spesso è impossibile rispettare le regole sul distanziamento».

In classe vita dimezzata

Regole, invece, pienamente rispettate a scuola e, nello specifico, all’Istituto Raffaello di Urbino. «Siamo in tutto circa 700 studenti – raccontano gli alunni della quinta D – e nel periodo di apertura delle scuole non abbiamo avuto notizia di alcun contagio».

Ma niente, in quelle settimane, è come prima del coronavirus. Giulia lo spiega così: «Non eravamo più liberi di stare per i corridoi o di girovagare per la classe. Non potevamo neanche avvicinarci a un professore per chiedergli spiegazioni e approfondimenti.

Sembrava tutto irreale, si viveva la classe a metà». «Detto questo – aggiunge un’altra alunna, Alice – la didattica in presenza resta comunque di gran lunga preferibile.

Il contatto visivo con il professore, la gestualità, il clima che si crea e il livello di attenzione non possono essere confrontati con quanto avviene a distanza. Nonostante i maggiori carichi di lavoro che spesso i professori in questa situazione ci danno, alla fine da casa si dedica meno attenzione e meno tempo allo studio».

E se per Vanessa «l’impegno che ci mettiamo è invece lo stesso», «io – ammette Nicholas – dopo un po’ davanti al computer mi annoio e mi distraggo».

Distrazioni e sospetti

Tra connessioni scarse e sguardi bassi, in Dad gli alunni avvertono una certa diffidenza di alcuni professori nei loro confronti. «Un ritardo o una perdita di collegamento internet spesso sono interpretati come una facile scusa per eludere i nostri doveri o per giustificare alcune mancanze», dice Ginevra.

Che assicura: «Non è così. Abbiamo avuto e alcuni di noi hanno ancora problemi, ma ci siamo organizzati per rendere possibile e continua almeno la didattica a distanza.

Però da parte dei professori vorremmo un atteggiamento di maggior fiducia e comprensione». Nei giorni scorsi, racconta per esempio Vanessa, «una mia amica non riusciva ad attivare la telecamera durante una verifica e ha preso un richiamo». Seguici su FB

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